Yoga somatico: cos'è, come funziona, cosa cerca chi lo pratica

Cos'è lo yoga somatico, da dove viene, perché se ne parla così tanto adesso, e cosa lo distingue da approcci affini. Te lo racconta un'insegnante che pratica una cosa simile, ma diversa.

Yoga somatico: cos'è, come funziona, cosa cerca chi lo pratica

Negli ultimi due o tre anni la parola "yoga somatico" è esplosa. Compare nei caroselli Instagram, negli articoli di benessere, nei volantini delle palestre. Spesso accompagnata da promesse generose: scioglie i traumi, calma il sistema nervoso, ti restituisce il corpo, "ti rimette in contatto con te stesso".

Una parte di queste promesse ha un fondamento serio. Una parte è marketing.

Provo a fare ordine, perché capisco la confusione di chi legge tre articoli su tre siti diversi e ne esce con tre definizioni che non combaciano. La verità è che "yoga somatico" è un'espressione che oggi indica almeno tre cose distinte: un approccio ampio nato da una tradizione di scienze del movimento del Novecento, un marchio registrato italiano specifico, e una serie di pratiche affini che condividono alcune intuizioni senza chiamarsi così.

Comincio dichiarando il mio conflitto di interessi: io non insegno yoga somatico. Insegno Anukalana, un approccio italiano che ha alcuni punti di contatto con la sensibilità somatica ma è una cosa sua, con un'altra origine e un'altra scuola. Quindi non sto provando a venderti niente che faccio io. Sto provando a spiegarti cosa c'è dietro un'etichetta che è diventata di moda, perché credo che capirla bene ti aiuti a scegliere — anche se quello che sceglierai poi non sono io.

Partiamo dalla parola.

Cosa significa "somatico", e perché conta

La parola viene dal greco sōma, che significa "corpo". Ma non un corpo qualunque — non il corpo come oggetto che si guarda dall'esterno, quello dei manuali di anatomia o dei selfie davanti allo specchio. Il sōma è il corpo vissuto dall'interno, sentito dal soggetto stesso. È la differenza tra "il mio braccio pesa 4 chili e mezzo" e "sento il mio braccio pesante".

Questa distinzione, che sembra una sottigliezza filosofica, è in realtà l'intera fondazione di una tradizione di pratiche corporee novecentesche. La codifica come termine tecnico la dobbiamo a Thomas Hanna, filosofo e teorico del movimento americano che negli anni Settanta conia il termine "Somatics" per indicare l'insieme degli approcci che lavorano sul corpo a partire dalla percezione che il soggetto ne ha — non a partire da una forma esterna corretta a cui adeguarsi.

Hanna parte da un'osservazione concreta: il corpo umano, sotto stress cronico o dopo traumi, "dimentica" come muoversi liberamente. I muscoli si contraggono e restano contratti, le articolazioni perdono ampiezza, certi schemi motori spariscono dal repertorio. Non perché ci sia un danno fisico — spesso non c'è — ma perché il cervello smette di mandare il segnale. Hanna chiama questo fenomeno amnesia sensomotoria, e propone una metodologia — l'Hanna Somatic Education — fatta di movimenti minimi, lenti, consapevoli, pensati per "ricordare al cervello" di poter muovere quei distretti.

Da Hanna in poi, il termine somatico esce dall'ambito strettamente clinico ed entra nello yoga, nel pilates, nella danza, nella terapia. Ovunque ci sia una pratica corporea che dice: "non importa la forma esterna, importa cosa senti e come lo senti", c'è qualcosa di somatico in mezzo. Lo yoga è uno dei territori dove questa influenza ha attecchito di più, perché lo yoga è già una pratica del corpo sentito — il salto è breve.

C'è da capire una cosa, però, per non cadere nelle semplificazioni che girano online. Hanna non ha inventato la sensibilità somatica dal nulla: si è ispirato a una generazione di pionieri che lavoravano in parallelo. Moshe Feldenkrais, fisico israeliano, sviluppa il suo metodo basato su movimenti consapevoli e riapprendimento motorio. Mabel Ellsworth Todd scrive The Thinking Body nel 1937 e fonda l'ideokinetica. Più tardi, Bonnie Bainbridge Cohen crea il Body-Mind Centering®, un sistema che integra anatomia esperienziale e movimento. Tutta questa famiglia di approcci, diversa nei dettagli ma unita nello sguardo, è ciò che oggi chiamiamo somatica.

Lo yoga somatico è la traduzione di questo sguardo nella pratica delle asana e del respiro yogico. Non è "yoga lento" — è yoga in cui la lentezza serve a sentire, e il sentire è la guida. Non è "yoga per principianti" — è yoga in cui la forma esterna della posizione conta meno di quello che la posizione produce nel praticante. Non è "yoga rilassante" — è yoga che spesso rilassa, perché toccare la propria percezione interna è un atto profondamente regolatorio per il sistema nervoso, ma il rilassamento è un effetto, non l'obiettivo.

È un cambio di paradigma rispetto a certe forme di yoga più strutturate, e qui apriamo la prossima sezione.

Cosa succede davvero in una pratica somatica

Se entri in una lezione di yoga somatico aspettandoti una pratica frenetica con sequenze veloci e vinyasa incalzanti, esci sorpresa. Per chi viene da yoga più dinamici, le prime volte la sensazione è di "non stare facendo abbastanza".

Una lezione somatica tipica funziona più o meno così.

Si comincia spesso a terra, sdraiati sul tappetino. Non per riscaldamento, ma perché la posizione supina toglie al corpo il compito di gestire la gravità in piedi e libera attenzione per altro. L'insegnante guida una scansione corporea — non la lista standard "piedi, polpacci, ginocchia, cosce" che si sente in mille classi di rilassamento, ma un invito specifico: dove senti il pavimento sotto la scapola destra, dove non lo senti, dove il contatto è più ampio, dove è puntiforme. Si chiama propriocezione, ed è una capacità che la maggior parte delle persone ha atrofizzato senza saperlo.

Poi cominciano i movimenti. Sono micro-movimenti: una rotazione minima del bacino, un'oscillazione lenta della testa, un'apertura di pochi gradi delle braccia. Vengono ripetuti molte volte, sempre uguali, sempre più piccoli. Sembra non succedere nulla. In realtà sta succedendo molto: il cervello sta ricalibrando la mappa del corpo, sta scoprendo zone che non sentiva più. È esattamente il lavoro contro l'amnesia sensomotoria di cui parlava Hanna.

Le asana vere e proprie, quando arrivano, sono semplici — di solito posizioni base che chiunque ha visto da qualche parte. Balasana (la posizione del bambino), Cat-Cow (la sequenza gatto-mucca), Apanasana (le ginocchia al petto). Ma vengono fatte diversamente: senza correzioni esterne, senza "il ginocchio deve stare a 90 gradi", senza "la schiena deve essere dritta". L'insegnante propone, il praticante esplora la posizione che il suo corpo trova in quel momento. Se il braccio non arriva a terra, non arriva — non c'è un'altra forma corretta da raggiungere.

Il respiro ha un ruolo centrale ma diverso da come lo conosci se hai praticato altri yoga. Non c'è un pranayama codificato come l'ujjayi o il nadi shodhana, almeno non come pratica principale. C'è invece un'attenzione costante a come il corpo respira da solo quando lo lasci in pace, e a come il respiro cambia quando entri in un movimento o esci da una posizione. Si impara a non forzare il respiro, e a usarlo come segnale: se in una posizione il respiro si chiude, è un'informazione — non sei pronta per quella forma, oggi.

Una lezione finisce in modo simile a come comincia: a terra, in Savasana, ma spesso preceduta da qualche minuto di integrazione — restare fermi in ascolto delle differenze tra prima e dopo, tra il lato che è stato lavorato per primo e quello che sta per arrivare. Anche questo è un tratto somatico classico: dare al sistema nervoso il tempo di registrare il cambiamento.

Esci da una lezione così con una sensazione molto specifica. Non sei "stanca" come dopo un vinyasa, non sei "tonificata" come dopo pilates, non sei "lunga" come dopo lo stretching. Sei, per usare una parola che le mie allieve usano spesso quando descrivono qualcosa di simile, abitata. Stai dentro al corpo in un modo in cui non stavi un'ora prima.

Ed è proprio questa sensazione che spinge le persone a tornare. La prossima sezione racconta perché la cercano.

Cosa cerca chi pratica yoga somatico

Le persone che arrivano a una pratica somatica, o che la cercano attivamente, hanno motivazioni abbastanza riconoscibili. Provo a metterle in fila come le sento descritte da chi mi scrive — anche da chi poi si avvicina a Anukalana per la stessa ragione.

Stress che il corpo non scarica più. È la prima motivazione, ed è quella di cui parlano tutti. Una vita densa, scadenze, schermi, decisioni continue — e il corpo che ne porta il peso senza riuscire a mollarlo neanche di notte. Lo yoga somatico lavora direttamente sul sistema nervoso parasimpatico attraverso il nervo vago, che si attiva con respiro lento, movimenti minimi e attenzione interna. È un effetto fisiologico documentato, non una promessa. Dopo un mese di pratica regolare la maggior parte di chi inizia per stress racconta la stessa cosa: dorme meglio, e durante la giornata si accorge prima quando si sta tendendo.

Dolori cronici che la fisioterapia non risolve da sola. Lombalgia ricorrente, cervicalgia, dolore sacroiliaco, fibromialgia. Sono condizioni in cui il problema strutturale, quando c'è, è solo una parte del quadro: spesso c'è anche un pattern di tensione cronica che il corpo ha imparato a tenere e che continua a tenere anche quando la causa originaria è risolta. È esattamente ciò che Hanna chiamava amnesia sensomotoria. La pratica somatica, lavorando sul ricordo del movimento e sul rilascio della tensione, può sciogliere quei pattern in un modo che la sola fisioterapia, focalizzata sull'esercizio specifico, fatica a raggiungere. Va detto: non sostituisce un percorso clinico, lo accompagna.

Bisogno di ascolto, non di performance. C'è una categoria di persone — sono molte tra le mie allieve — che hanno provato yoga "più sportivi" e ne sono uscite scontente. Non perché non funzionassero, ma perché cercavano qualcosa di diverso: non sudare, non eseguire, non essere corrette su come stanno in posizione. Volevano stare nel corpo, non lavorare il corpo. La pratica somatica risponde a questo bisogno meglio di altre, perché toglie completamente il piano della performance. Non c'è una cosa che stai facendo male — c'è una cosa che stai sentendo, e basta.

Recupero dopo gravidanza e parto. Il postpartum è uno dei territori in cui la sensibilità somatica funziona particolarmente bene. Il corpo è cambiato, il pavimento pelvico ha bisogno di essere riascoltato prima di essere rinforzato, l'addome è da ricostruire dall'interno e non dall'allenamento esterno. Una pratica che parte dal sentire, e non dall'esecuzione, è più adatta di una pratica strutturata in questa fase.

Lavoro su trauma e ansia, ma con cautele serie. È il punto più delicato. Lo yoga somatico viene spesso pubblicizzato come "rilascio del trauma", e qui devo essere netta: una pratica somatica non sostituisce un percorso terapeutico. Può accompagnarlo, può prepararlo, può potenziarlo, ma non lo sostituisce. Se il tuo motivo per cercare lo yoga somatico è un trauma significativo, il primo passo è uno psicoterapeuta competente in ambito somatico — preferibilmente formato in approcci come la Somatic Experiencing di Peter Levine o il trauma-informed yoga. Poi, in parallelo, una pratica corporea può fare un lavoro prezioso. Da sola no, e chi te la vende in quel modo sta facendo wellness-marketing su un piano serio. Lo dice anche la stessa Laura, fondatrice di Yoga Somatico® in Italia, in un suo articolo dedicato esattamente a questo — e mi fa piacere essere d'accordo con lei su un punto importante.

Sportivi che cercano un contraltare. Runner, ciclisti, padelisti, chi fa palestra intensiva. Lo sport sviluppa il corpo per ripetizione e specializzazione; la pratica somatica lo riequilibra restituendo mobilità e ascolto. Non è il loro unico strumento, ma per molti diventa il complemento più prezioso a quello che già fanno.

Sei o sette ragioni, dipende come le conti. Quello che hanno in comune è una direzione: non "fare di più", ma "sentire di più". Ed è una direzione che, in un periodo storico in cui siamo tutti sovraccarichi e sotto-percepiti, evidentemente serve a molte persone.

A questo punto vale la pena fare una distinzione importante, perché in Italia la parola "yoga somatico" non è neutra come potrebbe sembrare.

In Italia c'è un marchio registrato — facciamo chiarezza

Quando in Italia si scrive Yoga Somatico® con la R cerchiata, si sta parlando di una cosa specifica: un marchio registrato di Laura, insegnante che da oltre quindici anni porta avanti la diffusione di un approccio somatico allo yoga attraverso il sito yogasomatico.it e una scuola di formazione. È lei la voce di riferimento italiana sul tema, ed è importante saperlo se cerchi corsi o vuoi capire da chi stai imparando.

La distinzione conta perché negli ultimi due o tre anni — esattamente da quando l'etichetta è diventata di moda sui social — sono comparsi insegnanti che usano la dicitura "yoga somatico" senza alcuna formazione specifica, sfruttando la tendenza del momento. Lo segnala lei stessa, esplicitamente, in un articolo che invito a leggere se vuoi orientarti meglio: lo trovi su yogasomatico.it/2024/10/04/vero-e-falso-dello-yoga-somatico, e fa una cosa che pochi insegnanti hanno il coraggio di fare — distinguere il vero dal falso del proprio settore.

Riassumo come la metto io, da fuori del marchio.

Yoga Somatico® come brand è un percorso preciso, con una metodologia codificata, una scuola di formazione, un sito che fa contenuto serio. Se cerchi quella cosa lì, esiste un solo posto in Italia dove la trovi nella forma autorizzata, ed è il sito ufficiale di Laura. Tutto quello che usa la dicitura Yoga Somatico® senza riferimento a quella scuola va guardato con sospetto.

yoga somatico (minuscolo, senza ®) come approccio generico è invece il movimento ampio di cui ho parlato nelle sezioni precedenti — quello che nasce da Hanna, Feldenkrais, Body-Mind Centering, e che oggi tante insegnanti praticano in molte forme diverse, anche senza appartenere a un marchio. Questo non è registrato e non può esserlo: è un campo, non un brand.

Mi sembra importante essere precisi su questa distinzione per due ragioni concrete. La prima: se cerchi formazione seria su questo approccio, vuoi sapere a chi stai dando i tuoi soldi e cosa stai imparando. Una scuola riconosciuta è una garanzia diversa rispetto a un weekend di corso fatto da chi ha letto due libri. La seconda: il rispetto del lavoro altrui. Laura ha investito anni per costruire Yoga Somatico® come marchio italiano, e la decenza professionale impone di non appropriarsi del suo nome per fare marketing comodo.

Detto questo, esistono — in Italia e fuori — diversi altri approcci che condividono la sensibilità somatica senza chiamarsi Yoga Somatico®. Sono cugini, non gemelli. È quello che racconto nella sezione che segue.

Approcci affini: Anukalana, Iyengar adattivo, Yin yoga

C'è un'osservazione che faccio spesso a chi mi chiede del yoga somatico: la sensibilità somatica nello yoga contemporaneo è molto più diffusa di quanto la parola lasci credere. Tante pratiche serie, condotte da insegnanti formate bene, condividono il principio di partire dal corpo del singolo praticante senza pretendere che il singolo praticante si conformi a una forma esterna. Cambiano i lessici, cambiano le scuole, cambiano i fondatori. La direzione di fondo è simile.

Provo a metterne in fila tre, tra le più rilevanti nel panorama italiano. Non è una guida esaustiva — è un orientamento.

Anukalana. È l'approccio in cui mi sono formata, alla scuola Samadhi di Firenze, sotto la direzione didattica di Jacopo Ceccarelli. La parola è sanscrita e significa integrazione. Anukalana parte da un principio che chi conosce lo yoga somatico riconosce subito: l'allineamento di una posizione si costruisce a partire dalla persona, non da uno standard. Ma ha origini, lessico, riferimenti diversi: nasce dall'incrocio tra tradizione tantrica indiana, biomeccanica contemporanea, scienza della fascia, e arti marziali interne (Tai Chi, Qi Gong) — un mix che la rende particolarmente fluida nel movimento. Non è "yoga somatico", ed è onesto non chiamarla così. Condivide alcune intuizioni, ne porta altre proprie. Se ti interessa capirla meglio, ho una pagina dedicata a Anukalana yoga dove racconto cos'è, da dove viene, e perché ho scelto di formarmi proprio lì.

Iyengar adattivo. Lo yoga Iyengar classico — quello fondato da B.K.S. Iyengar — è notoriamente uno yoga del rigore di allineamento: una posizione corretta esiste, e si usano blocchi, cinghie, sedie, pareti per arrivarci. Sembra l'opposto della sensibilità somatica, ed è in parte vero. Però c'è una corrente contemporanea di insegnanti formati Iyengar che usa proprio l'enorme cassetta degli attrezzi della scuola — i supporti — per fare un lavoro adattivo, cioè personalizzato sulla persona. È uno yoga molto preciso ma in cui i supporti diventano strumenti per esplorare la posizione che è giusta per quel corpo, non per replicare un modello standard. Per chi ha condizioni cliniche specifiche (problemi cervicali, lombari, articolari) è spesso una porta d'ingresso eccellente.

Yin yoga. Lo Yin è probabilmente il più somatico degli yoga senza essere stato pensato come somatico. Le posizioni si tengono per tempi lunghi — tre, cinque, otto minuti — in modalità passiva, con i muscoli rilasciati, lavorando sul tessuto connettivo profondo e sulla fascia. È una pratica che chiede ascolto interno per forza di cose: tre minuti dentro una posizione senza ascoltare cosa succede sono insostenibili. Lo Yin nasce dall'incontro tra yoga e tradizione cinese (meridiani, qi), e ha radici diverse dallo yoga somatico hannano, ma il punto di arrivo nella pratica è spesso simile: una percezione interna molto fine e un sistema nervoso che si abbassa di parecchi gradi.

Ce ne sono altri — il Restorative, il lavoro di Donna Farhi, certo Hatha lento condotto bene — ma il punto è già chiaro: la sensibilità somatica nello yoga moderno è una corrente larga, non un'isola. Se cerchi quel modo di praticare hai più strade per arrivarci, e ognuna ha le sue caratteristiche.

Resta la domanda più utile, quella che fa la persona prima di iscriversi a qualsiasi cosa: quando funziona davvero, e quando no? Va in chiusura, perché senza una risposta onesta su questo non si sceglie con la testa.

Quando lo yoga somatico funziona davvero, e quando no

Devo fare una premessa che sembra ovvia ma non lo è: nessuna pratica funziona per tutti. Lo dico perché la comunicazione attuale sullo yoga somatico tende a presentarlo come universalmente positivo — "fa bene a tutti, non ha controindicazioni, è adatto a chiunque". È vero in senso debole (è una pratica gentile, raramente fa danni). È falso in senso forte (non è la risposta giusta per ogni persona e ogni momento).

Quando funziona molto bene.

Per chi ha un sistema nervoso cronicamente attivato — stress lungo, ansia di base, insonnia da pensiero — lo yoga somatico fa un lavoro che pochi altri approcci fanno con la stessa efficienza. Il combinato di movimenti minimi, tempi lunghi, attenzione interna e respiro libero abbassa il battito, scioglie le mascelle, restituisce sonno. Non in una settimana. In qualche mese di pratica regolare sì, in modo evidente.

Per chi convive con dolori cronici di natura non strutturale — schiena che fa male senza un'ernia, collo rigido senza un'artrosi avanzata, dolori migratori — la pratica somatica può essere il pezzo che mancava al puzzle. Specialmente se il fisioterapista ha già fatto il suo lavoro e il dolore continua a tornare. È in quei casi che il pattern di tensione cronico, e non il tessuto fisico, è la causa residua, e quel pattern si scioglie con un lavoro lento di riapprendimento.

Per chi è in postpartum e ha bisogno di rientrare nel corpo prima di rinforzarlo. È una fase in cui un approccio somatico è più utile di una palestra. Sul tema gravidanza in senso pieno — i nove mesi prima del parto — ho una guida dedicata a yoga in gravidanza e una landing locale per le lezioni a Genova, nelle quali il lavoro che faccio è simile per sensibilità ma fatto in approccio Anukalana.

Per chi cerca un'attività fisica che non chieda altra prestazione a una vita già piena di prestazioni richieste. Non è il piano atletico, è il contraltare al piano atletico.

Quando non è la cosa giusta.

Se cerchi tonificazione muscolare visibile, perdita di peso, allenamento cardio, lo yoga somatico non te lo dà . Anzi, se è la tua unica attività fisica e hai obiettivi di forza o composizione corporea, ti deluderà . Vai a fare pilates, vai in palestra, fai yoga più dinamico — Vinyasa, Ashtanga, Power. Lo yoga somatico ha mille pregi, ma non è un allenamento nel senso sportivo del termine, e raccontarlo come tale è disonesto.

Se hai bisogno di struttura esterna per restare costante — di un insegnante che ti dice cosa fare, di una sequenza fissa che ripeti, di una progressione misurabile — la pratica somatica può frustrarti. La sua natura aperta, lenta, non valutativa è esattamente ciò che fa scappare alcune persone dopo tre lezioni. Conosci te stessa: se sei una persona che funziona meglio con disciplina rigida e obiettivi chiari, l'Ashtanga tradizionale o un percorso di pilates strutturato ti tengono ingaggiata di più.

Se stai attraversando un trauma acuto, una crisi psichica in corso, un episodio dissociativo recente — la pratica somatica fatta da sola, senza accompagnamento clinico, può essere controproducente. Lavorare sul corpo sentito, in alcune fasi, fa emergere materiale che senza supporto terapeutico è meglio non far emergere. Questo punto va detto chiaramente: lo dice Laura di Yoga Somatico® nello stesso articolo che ho linkato sopra, lo dice qualunque insegnante seria su queste pratiche, e lo dico io. In fasi acute, prima il terapeuta. La pratica corporea viene dopo, o in parallelo guidata da chi ha formazione specifica trauma-informed.

Se hai un'aspettativa di "guarigione" da una condizione clinica — patologie autoimmuni, condizioni psichiatriche strutturate, malattie organiche — lo yoga somatico non guarisce. Può accompagnare, può migliorare la qualità della vita, può integrare un percorso terapeutico. Non sostituisce un medico, un fisioterapista, uno psicologo, un farmaco. Chi te lo presenta come cura è disinformato o sta vendendo.

Onestà cruda. Ma se sei arrivata fin qui, probabilmente è esattamente quello che cercavi.

Come iniziare, se ti è venuta voglia

Se dopo aver letto fin qui pensi che lo yoga somatico — o un approccio affine — sia qualcosa che ti riguarda, qualche indicazione concreta per non perdere tempo.

Una prima lezione conta più di dieci recensioni. Vale qui come per qualunque altra pratica corporea: le parole sui siti, i caroselli Instagram, le testimonianze raccolte sono indicazioni preliminari. La cosa che ti dice davvero se sei nel posto giusto è stare un'ora con quell'insegnante. Se esci dalla lezione e ti sei sentita ascoltata, se hai sentito qualcosa nel corpo che non avevi sentito prima, se non sei stata corretta come una scolaretta — sei probabilmente nel posto giusto. Se invece sei uscita con la sensazione di aver fatto "yoga normale lento", o di essere stata inquadrata in posizioni standard, era yoga generico con un'etichetta somatica appiccicata sopra.

Chiedi formazione e scuola. Non è snobismo. Una insegnante seria di pratica somatica ha una formazione articolata: yoga di base, più una specializzazione somatica (può essere Yoga Somatico® di Laura, può essere una formazione in Body-Mind Centering, può essere un trauma-informed serio, può essere un'altra scuola). Se la risposta alla domanda "che formazione hai fatto?" è vaga — "ho fatto vari corsi", "ho letto molto", "lo sento mio" — è un segnale che vale la pena considerare. Non vuol dire che la persona sia incapace. Vuol dire che non hai garanzie su cosa stai pagando.

Prevediti tempo. La pratica somatica, per dare frutti, ha bisogno di settimane, non di giorni. Una lezione singola può lasciarti con una sensazione piacevole — "che bello, ero rilassata" — ma non è quello che la pratica serve a costruire. Il lavoro vero comincia intorno alla quarta o quinta lezione, quando il tuo sistema nervoso comincia a fidarsi del fatto che in quell'ora non gli verrà chiesto di prestare qualcosa. Da lì in poi succede qualcosa di diverso, e si sente.

A Genova, cosa trovi. Sulla città non posso indicarti con onestà un'insegnante che pratichi specificamente Yoga Somatico® — non perché non ci siano persone valide, ma perché non conosco con certezza chi tra le insegnanti attive abbia formazione diretta nella scuola di Laura. Per quello, il riferimento più sicuro è il sito ufficiale di Yoga Somatico®, dove trovi le insegnanti certificate. Per approcci affini, in città c'è offerta varia: Yin yoga, Iyengar adattivo, e l'Anukalana che insegno io. Quest'ultimo, come ho detto sopra, condivide la sensibilità somatica pur essendo una scuola sua. Se ti interessa, ne parlo nella pagina dedicata.

L'importante è che tu inizi. La pratica giusta per te esiste, e nove volte su dieci è più vicina di quanto pensi.


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